Per Amore del Buio

Immagine di Daria PetrilliPietro si guarda alle spalle mentre i suoi minuscoli piedi di bambino cercano di seguirsi in una linea dritta, nel modo più veloce possibile. Non inciampiare, non inciampare, le due parole si susseguono nella testa come una cantilena imparata in seconda, la classe che Pietro frequenta. L’Orco con la cintura è lento, il grosso ventre lo rende  goffo. Pietro avverte i passi dell’Orco, crede perfino di sentirne le gocce di sudore scivolare leggere sulla sua fronte e disegnare rigoli sulla camicia sporca di sugo e di cattiveria. Non inciampare, non inciampare, non inciampare. I passi si fanno più vicini, più veloci. Pietro guarda alla porta chiusa della sua cameretta, e affretta i passi.

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Il buio è una delle ossessioni dell’essere umano. A differenza dei gatti, dei pipistrelli, e di altri essere notturni, l’uomo tende a fuggire il buio. L’assenza di luce, l’oscurità, ci insospettisce: ci sentiamo disorientati, perduti. Il nostro senso dell’orientamento è perso per un momento e gli occhi, le nostre porte naturali verso il mondo visibile, sono improvvisamente due buchi vuoti come il buio che ci circonda, due inutili fessure in una struttura di ossa. Tuttavia, per certi versi la strega è simile al gatto, e al pipistrello, perché la strega è un animale del buio. La strega non è spaventata dall’assenza di luce, dalla mancanza rassicurante delle radiazioni fotoniche che disegnano i contorni delle cose poiché la strega sa, senza bisogno di averlo appreso, che non v’è bisogno d’occhi per vedere al buio.

Per la maggior parte delle persone, il buio è un nemico naturale. E’ l’assenza di colore e di certezza, il senso di spavento e dell’ignoto. Il panico è il fratello del buio, e l’araldo di Pan. E’ da dietro i muri nascosti del buio che le orecchie, tese dal timor panico, scorgono i piedi caprini del Cacciatore. E’ la paura di sangue e ossa, di presenze nascoste alla cecità dei nostri occhi. Le mura, i recinti e le porte scompaiono al buio. E’ il primo dono dell’oscurità, la liberazione dallo spazio e dalle prigioni dell’anima. Al buio non vi sono confini, non vi sono limiti: la percezione del proprio corpo, della materia che costituisce il mondo visibile, è sfuocata, i confini diventano invisibili e si confondono in un disegno inintellegibile. La tangibilità del mondo fenomenico è tale che basta un interruttore, o il calare della notte, per sconvolgerla.

Immagine di Daria Petrilli

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Pietro fa appena in tempo a sfuggire al tiro della cintura: la mano poggiata sulla porta della cameretta, il bambino lascia andare tutto il suo peso sul meccanismo che ancora la porta allo stipite. La massa di legno si muove. Uno dei vantaggi di essere un bambino è che quello che per gli adulti è uno spiraglio, per un bambino è un portone. Pietro spinge la porta il necessario per infilare il suo piccolo corpo nella camera da letto, per poi richiedere la porta dietro di sé, girare la chiave nella mandata e sedere a terra. Anche per questa volta, è salvo. L’Orco non avrà altra scelta che continuare a inveire contro la porta chiusa. Le parole confuse e arrabbiate dell’orco attraversano la porta, si infilano nella serratura fino a raggiungere il piccolo Pietro. Il bambino, spaurito, fissa il letto disfatto e i pastelli a cera sparsi sul pavimento. Pietro prende a contare i pastelli, come se il susseguirsi dei numeri nella propria testa possa scacciare il battito incessante dei pugni dell’Orco sulla porta. Fa che se ne vada, fa che mi lasci in pace. Per un momento le preghiere di Pietro vengono ascoltate: l’Orco cammina, i rumore dei passi si allontana dalla porta. Fallo andare via… sette pastelli, otto pastelli, nove pastelli… ti prego, và via. Silenzio. Poi, all’improvviso, buio. L’ha fatto di nuovo: l’Orco ha il potere di spegnere tutte le lampadine della casa. E’ il suo metodo preferito per punire Pietro: rinchiuderlo al buio, perché tutti i bambini hanno paura del buio.

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La paura del buio ci accompagna dalla nascita. Da tempi immemorabili, di notte, gli essere umani cercano la compagnia dei loro simili. Chi ha viaggiato in luoghi in cui l’elettricità non è ancora un fatto scontato come in Occidente probabilmente ha visto, al calare del sole, gli effetti del buio su un piccolo villaggio. Dovunque la fiammella di candele e lampade a olio illumina le abitazioni, i cortili e le strade: petizioni volte a scacciare gli esseri del buio, le creature che la notte escono da dietro gli alberi, dalle radure invisibili delle foreste, che discendono dalle altitudini delle montagne e che cavalcano gli ululati misteriosi del vento. Sui cigli delle strade e sugli usci delle porte, i fuochi illuminano i visi stanchi. Il buio è il tempo delle storie, perché chi ha gli occhi stanchi spesso apre le orecchie.

I sensi sono acuiti al buio: quello che non possiamo vedere, possiamo sentire. A ogni foglia che cade, a ogni ciottolo che rotola e al battere delle ali del più piccolo uccello i nostri sensi accecati danno la qualità della tempesta, del tuono e dell’esercito dei morti che marcia per raggiungere i vivi. Il buio ci grida: cio’ che non vedi è abbondante! L’oscurità pullula di vita! La Morte non esiste, esiste solo il buio! All’invito dell’oscurità la maggior parte delle persone sono sorde: il caldo della fiamma è rassicurante, abbiamo bisogno di vedere volti, incrociare sguardi. La luce è la prova della nostra esistenza, ma il buio è la prova dell’esistenza dell’Altro. Al buio ci dimentichiamo di concentrarci su noi stessi, e ci ricordiamo dell’altra metà della nostra natura: quella che appartiene a coloro che abitano il buio.

Immagine di Daria Petrilli

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Pietro resta immobile, al buio, la piccola schiena sudata appoggiata alla superficie buia della porta di legno. Il letto disfatto è sparito, inghiottito dal nulla dell’assenza di luce. I colori dei pastelli fagocitati dal nero. Pietro chiude gli occhi, poi li riapre, poi li rchiude. Secondo la maestra, gli occhi si abituano al buio perché le pupille si dilatano, o si restringono. Pietro non ricorda. L’unica cosa che sembra ricordare è il sorriso del demone che, ogni notte, lo spia dalla fessura semi-aperta dell’armadio. Il demone che terrorizza le sue notti di bambino. Il panico che immobilizza le sue piccole gambe e le sue piccole braccia, gli occhi chiusi, mentre prega di addormentarsi prima che il mostro dell’armadio lo raggiunga nel letto. L’Orco ha smesso di tormentare la porta: sà che Pietro non resisterà al buio, che la paura lo porterà a precipitarsi dalla stanza e a correre verso l’Orco, chiedendo perdono, promettendo di non farlo più e sottoponendosi alla violenta punizione che si è meritato. Finire nelle grinfie dell’Orco, o del Mostro che si nasconde nell’Armadio? Pietro conosce già i colpi di cintura, e sà che in qualche giorno i segni saranno quasi spariti. Il piccolo cerca a tentoni la superficie della porta, tira un sospiro quasi per darsi coraggio. Meglio la cintura che questa prigione di cecità. Pietro allunga la mano e la posa sulla chiave, ma prima che possa dare una mandata un colpo di freddo gli paralizza la spalla. Pietro d’istinto si volta, e un paio di occhi rossi gli sorridono nel buio.

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Siete mai stati in una foresta di notte? Avete sentito già il sangue gelarvi nelle vene, il vento sussurrarvi alle orecchie parole antiche, occhi curiosi che vi scrutano dalle foglie degli alberi. E’ nel buio, tra gli amici della compagnia solitaria della notte che la strega cerca i suoi alleati e le sue conoscenze. In psicologia si sostiene che la paura sia una delle emozioni fondamentali dell’essere umano, è l’emozione che ci aiuta a identificare il pericolo e a scappare. Certe volte, pero’, la paura, il terrore, sono qualcos’altro: la intima consapevolezza che non siamo soli. Il prezzo di questa consapevolezza è la perdità dell’ingenuità mondana. Per parlare alle creature del buio, bisogna dimenticare per un momento il linguaggio degli esseri della luce. La parola si fa mantra e le ombre diventano figure, personaggi incantati. Allo stesso modo in cui i rettili si crogiolano al sole per riscaldare il proprio sangue, la strega si crogiola al buio per riscaldare il proprio spirito.

Piede caprino,
Occhio brigante,
Capo taurino,
Nero passante.

Per serpe e veleno,
Per lingua che lega,
Selvaggio seleno
Ascolta la strega.

Mano contorta,
Oscura radura,
Apri la Porta
Antica Creatura.

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Pietro rimane immobile. La mano, gelida, gli stringe la spalla. Tutti i suoi incubi si affollano nel piccolo spazio tra il cuore e lo stomaco. Tuttavia, gli occhi non riescono a lasciare la presa. Nel nulla assoluto dell’oscurità della propria cameretta, gli occhi infuocati gli pentrano il piccolo cranio. Pietro è come in preda ad un incantesimo: le piccole gambe sono pilastri di cemento, incollati al pavimento con tanta forza che il piccolo corpo sembra fuso al resto della stanza, al pavimento e alle pareti invisibili. Il mostro, il demone, avvicina il suo volto a quello del bambino immobile, la mano sinistra della creatura afferra quella di Pietro. La creatura si muove, indietregga, e improvvisamente le membra del piccolo sono nuovamente vive. Non osando opporsi all’essere spaventoso, il bambino lo segue.

La stanza ha perduto i suoi contorni, il letto è scomparso nello spazio siderale. La creatura parla, e a Pietro sembra di udire lo scorrere di un ruscello, la corsa di una lepre, i rami degli alberi che si toccano, cantando. La paura lascia spazio a una sensazione nuova, a una complicità sconosciuta con questa creatura terribile. Il mostro si ferma, si volta, e quegli occhi rossi lo guardano ancora. Pietro giurerebbe che quel diavolo gli sorride, e con un gioco di mani che Pietro non vedi, la creatura gli porge i pastelli a cera, tredici, per l’esattezza. Pietro li ha contanti. 

 Nell’oscurità della stanza, Pietro riconosce al tatto le forme. Pur non comprendendo la lingua di quello straniero, il bambino sà cosa fare. La cera si scalda al contatto con le mani (o allo sguardo infuocato del mostro?). Il grosso ventre, le guancie gonfie, il cranio liscio. E’ l’Orco. Il mostro ha ora tre fettucce nella mano destra. Il sorriso ancora stampato sulle fattezze confuse, l’essere porge a Pietro le tre piccole corde. Non vi è bisogno di parole. Pietro lascia scivolare la prima fettuccia sulla bocca della figurina. Pietro sente le gambe molli, è stanco. Non puo’ vedere, ma le mani conoscono il percorso da fare. La prima fettuccia serra la bocca dell’Orco, la seconda gli lega le mani, la terza i piedi. Il diavolo guarda, silente, e annuisce. Una volta finito, Pietro restituisce la figurina al suo nuovo maestro, che la accetta con un sorriso e scompare nelle tenebre, dopo aver posato un bacio sulla fronte del bambino.

Dimentico dell’oscurità e senza indugi, Pietro apre la porta della stanza e si fa strada nel corridio. L’Orco sembra non muoversi più.

Le immagini di questo articolo sono di Daria Petrilli, tutti i diritti sono riservati.

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