La Strega, il Cerchio e il Grimorio

“In the performance of it, magic feels supremely ancient. Even its most modern iterations feel like they were old when the world was new. Intellectually we know this is not the case, but we also know somehow that it probably is.” (Gordon White, Star.Ships)

grimoireIl primo, vero, rituale di stregoneria che ho mai messo in pratica è stato un cerchio magico. Nonostante all’epoca la wicca monopolizzasse più o meno tutto quello che passava per ‘stregoneria’, all’epoca, il mio primo cerchio magico non fu un cerchio wiccano. La piccola biblioteca del mio paese, infatti, per una qualche ragione oscura, conservava una copia di un libro di ‘formule e rituali magici’:una raccolta di rituali, scongiuri e preghiere da fonti diverse, ritrascritte e ammucchiate in un unico tomo per la praticità dello sventurato lettore.

Ricordo ancora l’eccitazione, la mia stanzetta nella penombra, il cero bianco che anche se non previsto nel rituale sembrava una buona idea. La fiammella della candela guizzante che spediva ombre arzigogolanti sui muri e sul pavimento. Benché non capissi il senso delle parole che andavo dicendo, o quello dei segni che andavo tracciando con mano febbrile sul pavimento, quel rituale resta la mia iniziazione, de facto, all’arte della stregoneria, perché nell’esecuzione dei gesti e nel recitare parole incomprensibili, qualcosa in me si svegliò, qualcosa che non si è mai ri-assopito. Ci sono parole, e gesti, che fanno ribollire il sangue di una strega. E il cerchio è uno di questi.

Come molti critici della wicca, non penso che il cerchio sia uno strumento magico indispensabile: se ne può fare a meno. In tutta onestà, sono convinto che l’esperienza e l’abilità nella pratica della stregoneria siano inversamente proporzionali al bisogno di strutture rituali. Imparare la stregoneria è come imparare una lingua straniera: raggiungere un buon livello di padronanza può essere difficile, e i primi tentativi di conversazione sono spesso imbarazzanti e buffi – ma più si pratica e meno si ha bisogno di tornare indietro alle strutture grammaticali e alle declinazioni del verbo. Col tempo, il cervello si abitua a rimbalzare tra una lingua e l’altra, e l’abilità di parlare in quello che prima era un idioma incomprensibile diventa quasi naturale.

Tuttavia, per molte streghe tradizionali, la pratica magica del cerchio resta un elemento rituale prettamente wiccano (anche se le streghe tradizionali inglesi e americane sembrano sempre di più distanziarsi da questo punto di vista). In questo articolo, cercherò di suggerire che il cerchio magico appartenga tanto alla wicca, quanto alla stregoneria e, in generale, alla tradizione esoterica occidentale. Ma prima di avventurarci nel vivo della questione, due precisazioni sono d’obbligo. Primo, il cerchio (o meglio, i cerchi) di cui parlerò in questo articolo non è necessariamente il cerchio della wicca. Non avrebbe alcun senso cercare  il cerchio wiccano nella stregoneria storica, o in tempi più antichi di quelli di Gerald Gardner. Il cerchio della wicca è nato con la wicca, ma affonda le sue origini in una serie di tradizioni diverse, alcune delle quali emergono dallo stesso brodo primordiale da cui nasce la stregoneria tradizionale[1]). Secondo, in questo articolo tratto tanto del cerchio quanto della tradizione dei grimori medievali. Perché è attraverso questi misteriosi libri di magia, che godettero di un’incredibile popolarità in Europa nel medievo e fino all’inizio del ventesimo secolo che la pratica del cerchio incontra quella della stregoneria medievale. Ed è da qui che dobbiamo partire per comprendere in che modo il cerchio è entrato nel dominio della stregoneria tradizionale.

Libri di Magia

claviculaI grimori sono libri di magia (o se preferite, libri magici). La parola ‘grimorio’ deriva, molto probabilmente, dal francese grammaire: allo stesso modo in cui la grammatica contiene i segreti della lingua, il grimorio contiene i segreti della magia. I grimori acquistarono enorme popolarità in Europa con l’avvento del Rinascimento e il rinnovato interesse delle classi intellettuali dell’epoca per l’età classica greco-romana, ma conobbero un vero e proprio boom con l’invenzione della stampa. E’ a questi testi che ci si riferisce quando si parla di ‘grimori medievali’. L’origine del grimorio in quanto libro di magia è però molto più antica.

Infatti, possiamo affermare che da quando l’uomo è stato capace di tracciare segni (su pietra, pelli di animali, fibre vegetali o altro) ha sentito l’esigenza di mettere per iscritto le esperienze mitiche e magiche di cui era testimone. Ne sono un esempio le grotte di Lascaux, in Francia, sulle cui pareti, secondo alcuni autori, i nostri antenati del paleolitico (stiamo parlando di 20 000 ani fa) dipingevano scene di cerimonie estatiche, visioni, e rituali per assicurare l’abbondanza del bestiame. Altri esempi sono comuni durante il paleolitico e dopo, ma cercare di tracciare le origini di ricettari, scritti e appunti magici è quasi impossibile. Secondo Plinio il Vecchio, che scriveva nel primo secolo a.C., il primo a scrivere un trattato di arti magiche fu un persiano conosciuto come Ostane. Nella tradizione ebraica (e quindi in quella cristiana e islamica) i libri di magia sono da datare a un’epoca precedente al diluvio universale, un riferimento mitologico che troviamo nelle credenze babilonesi. Davies riporta che ‘[Nonostante] alcuni testi ebraici e samaritani addebitassero l’invenzione della scrittura al primo uomo, Adamo, nel periodo medievale l’invenzione del libro era più spesso addebitata a Enoch (Idris, in arabico).  Appare chiaro dai frammenti del Mar Morto (trovati alla metà del ventesimo secolo in delle grotte intorno a Qumran, vicino al Mar Morto) che al tempo di Gesù circolasse un certo Libro di Enoch, contenente sapere astronomico, angelico e astrologico (…) La stessa tradizione biblica addebita la creazione del primo libro di scongiuri a Shem e Ham, i figli di Noé’.

venus-tablet-of-ammisaduqaMiti biblici a parte, la prima, grande raccolta di incantesimi e scongiuri la troviamo tra gli scritti cuneiformi, su tavoletta, dei caldei, che facevano parte dell’impero babilonese. Sempre nelle parole di Davis: ‘A Uruk, una delle città più antiche al mondo, e attualmente parte dell’Iraq, degli scavi di abitazioni risalenti al quinto-quarto secolo a.c., sono state rinvenute delle tavolette di argilla cuneiformi, contenenti una serie di rituali e incantesimi. Pare che facessero parte della libreria privata di un rinomato scriba ed esorcista’.

La cultura popolare dell’antichità, intorno al Mediterraneo e nel vicino oriente, conservò la pratica di incidere, o di scrivere, rituali e segreti magici su pelli di capre, pezzi di argilla, pietre e metalli. Questi oggetti erano considerati singolari non solo per la conoscenza che trasmettevano, ma anche e soprattutto perché si credeva che il fatto stesso che contenessero segreti occulti conferisse loro poteri misteriosi.

Il momento di splendore vero e proprio dei libri di magia lo abbiamo nel periodo di dominazione greca dell’Egitto, in seguito alla conquista di Alessandro Magno nel 332 a.c. Durante questo periodo assistiamo a una sorta di mescolanza delle due culture, incluse le pratiche magiche. La magia greco-egiziana non è soltanto uno dei primi esempi di fusione tra tradizioni magiche differenti, ma ci lascerà anche una testimonianza scritta nei papiri magici greco-egiziani, una delle fonti più proficue della magia nel mondo antico. Interessante è anche notare che i papiri, che risalgono al quinto secolo a.C. sono molto diversi sia dai papiri egiziani dell’epoca, in cui ritroviamo la magia della classe sacerdotale, ma sono una raccolta di incantesimi, scongiuri e rituali per ricevere visioni di spiriti e del futuro, per migliorare le performance sessuali, per avere successo. Il materiale contenuto nei papiri sono simili agli incantesimi che troviamo nelle defixiones, delle tavolette incise di caratteri magici comuni in Grecia, a Roma e in Sicilia. Le defixiones sono tavolette tramite le quali l’operante riesce a ‘legare’ un demone, uno spirito, o una creatura di natura non umana a fare il suo volere.  Inoltre, è comune nei papiri il riferimento a figurine tramite le quali si compie l’operazione magica, le stesse figurine che troviamo spesso seppellite insieme alle defixiones. I materiali dei papiri, soprattutto quelli preoccupati con la magia operative, presentano una importante somiglianza con i rituali e gli incantesimi dei grimori.

Il papiro, quindi, nell’Egitto greco-romano non fece altro che favorire la diffusione di scritti magici nell’area di influenza dell’impero, e vi sono prove evidenti di libri (rotoli) magici in circolazione dal quarto secolo a.C. in poi, soprattutto nell’area Mediterranea, in Grecia, Anatolia, Egitto e a Roma. Molti di questi testi rivendicheranno origini millenarie, altri autori celebri come Pitagora, Aristotele ma anche Enoch, Simon Magus, e ovviamente Salomone. E più credibile pensare che molti di questi testi in realtà non fossero altro che raccolte di frammenti raccolti dai praticanti, ritrovati in altri testi o ricopiati. Alcuni contengono le annotazioni e le aggiunte dei praticanti. Soprattutto prima dell’invenzione della stampa, in cui era norma ricopiare a mano i testi.

papyrus-507I testi magici in circolazione durante il primo millennio in Europa risentiranno dell’influenza greco-egiziana e babilonese, ma anche di quella abramitica. Con l’ascesa della chiesa al potere temporale, l’influenza biblica viene chiaramente messa in evidenza, considerato che il clero diventa uno dei consumatori più assidui dei testi. Allo stesso tempo, la chiesa condanna la pratica della magia perché associata al paganesimo. Ancora dal testo di Davies: ‘Una severa campagna contro i pagani fu lanciata nella metà del sesto secolo, che portò alla scoperta di numerosi libri di magia, che erano ancora usati dai pagani, anche nelle campagne. Nella vita di San Teodoro di Galazia, Anatolia, si racconta di un mago di villaggio non battezzato, possessore di libri magici, il quale aveva l’abitudine di avere a che fare con gli spiriti, e di congiurare nubi di locuste a pagamento’.

L’invenzione della stampa nel quindicesimo secolo non fece che accelerare questa tradizione lunga di letteratura magica, e ne favorì la diffusione. I maggiori utilizzatori di tali testi erano spesso, in Europa, membri del prelato di più o meno ogni ordine e grado (vi è tutta una serie di papi maghi), così come membri delle classi borghesi, ma anche piccoli commercianti, che a volte ne vendevano anche frammenti o pagine singole. Essendo i libri un oggetto costoso, i praticanti di magia del popolo dovevano accontentarsi di frammenti, o dell’opportunità di copiare quello che potevano. E interessante notare che durante tutto il medioevo, e infatti fino a qualche decennio fa in Italia, vari testi magici (la Bibbia inclusa) erano utilizzati come strumenti magici in sé. Senza bisogno di saper leggere, l’atto di ricopiare simboli o parole di potere era pratica magica comune. Come lo era quella di immergere scongiuri, incantesimi, o porzioni di testi sacri in acqua, vino o in altre bevande al fine di sfruttarne le qualità magiche. Era per questa ragione che durante tutto il medioevo e fino al ventesimo secolo (infatti, a Napoli almeno fino al dopoguerra e oltre) vendere scongiuri e incantesimi per molti era una professione.

Il Cerchio

‘In quanto diagramma per la prassi soprannaturale, il cerchio magico è simile ai veve della tradizione voudou, ai mandala nella tradizione buddista o agli yantra nella pratica induista. Ognuno di questi esempi esprime un’entità specifica con la quale il lavoro si svolge, e allo stesso tempo definisce i confini dello spazio di lavoro sacro. In ognuno di questi casi uno spazio del mondo materiale è preparato in modo che il congresso con lo spirito possa realizzarsi.’
(William Kiesel, Magic Circles in the Grimoire Tradition)

faustusIl cerchio è uno delle forme magiche più antiche, e i grimori medievali sono pieni di cerchi. Alcuni di questi cerchi sono cerchi di protezione durante l’evocazione di spiriti, o demoni particolari. Volendo mantenere questo articolo a un formato leggibile, non mi soffermero’ sull’analisi dettagliata di ogni tipo di cerchio (anche perché richiederebbe mesi di studio), ma cercherò’ piuttosto di fornire una visione generale. Secondo Plinio, è necessario usare cerchi magici quando si raccolgono le piante, e le piante stesse possono essere utilizzate per tracciare cerchi di protezione. Agrippa, nello spiegare come raccogliere le erbe, raccomanda di ‘tracciarvi intorno tre cerchi con una spada, poi raccoglierle. Il cerchio, nella versione salomonica, è in realtà composto a volte da tre cerchi (ritroviamo la stessa pratica nella wicca alexandriana originaria), e a volte da dueSpesso diversi nomi di poteri sono iscritti trai cerchi, e pentagrammi o esagrammi di protezione sono posti ai quattro punti cardinali. Nei manoscritti salomonici, spesso si usa una spada per tracciare un cerchio sul terreno e poi una croce in aria. -Il Dragoun Rouge, invece, suggerisce l’uso della pietra ematite o, in mancanza, carbone, acqua consacrata o gesso. In Magic Circles in the Grimoire Tradition, William Kiesel scrive: ‘Nel tracciare un cerchio sulla terra e la croce in aria si allude all’unione del macrocosmo e del microcosmo, in quanto il cerchio sulla terra pone il celeste sul terrestre. Una croce, simbolo della terra, tracciata in aria, suggerisce il muovere la terra verso il cielo. E la formula del solve e coagula, ben nota agli alchemisti.

24500Abbiamo quindi due elementi principali, il cerchio e la croce. Il cerchio è la figura essenziale, di base, del pensiero magico classico. Esso rappresenta l’infinito, che è al contempo in espansione e in equilibrio, in quanto insieme di punti infiniti equidistanti dal centro. Il cerchio rappresenta la totalità, in quanto si allarga alla superficie della terra ma, istintivamente, richiama la volta celeste. Ponendosi all’interno del cerchio, il praticante ri-costruisce l’unità del mondo e delle forze che lo sottendono e, ponendovisi al centro, vi si pone come parte e come momento definitivo. Allo stesso tempo la croce simbolizza la terra, il mondo del visibile. I suoi quattro lati sono le quattro direzioni del mondo, e i quattro punti cardinali. Non è a caso che nel tardo medioevo il cerchio magico dei grimori sarà in seguito associato alla rosa dei venti (vi siete mai chiesti perché nella stregoneria tradizionale inglese il cerchio è spesso chiamato ‘compass round’?). E così quindi che i quattro punti del cerchio rappresentano anche le quattro direzioni cardinali, utilizzate dal mago o dal necromante come punti di riferimento per la congiurazione degli spiriti appropriati – un elemento che sarà poi ripreso da Gerald Gardner e che entrerà a pieno titolo nella pratica della wicca. La croce, inoltre, presenta delle similarità con il crocicchio: il centro della croce, che è anche il centro del cerchio, diventa un luogo liminalee si pone all’incrocio del divino e del terrestre, dell’invisibile e del visibile. Inoltre, scrive Kiesel: ‘I simboli della croce e del cerchio congiunti prendono la forma del simbolo del pianeta Venere. Siccome Venere è visibile prima dell’alba e prima del tramonto, è anche conosciuto come Il Portatore di Luce o La Stella del Mattino, una delle appellazioni di Lucifero’. Se prendiamo in considerazione i grimori non come semplici testi, ma come risultato accumulato di esperienza e tradizioni magiche, diventa evidente che il motivo del cerchio e della croce è centrale.

La prima delle due principali funzioni del cerchio è quindi quella di spazio sacro, o di tempio. La seconda è quella di congiurazione degli spiriti – e di protezione dagli stessi. E per questa ragione che il cerchio è spesso associato ad una lanterna o a un ‘triangolo dell’arte’, nel quale lo spirito si manifesta. Il posizionamento del triangolo varia, con alcuni autori che lo posizionano all’esterno del cerchio, altri al limite, altri ancora all’interno dello stesso (benché la prima opzione sia la più comune). Per Agrippa, è la stessa funzione veicolare e liminale del cerchio a renderlo  strumento perfetto per congiurare e per legare gli spiriti. Il cerchio come luogo di congiurazione degli spiriti non può che riportarci alle credenze popolari che suggeriscono di recarsi a un crocicchio per conversare con gli spiriti e con i cari defunti. A primo acchito, questa duplice funzione del cerchio può sembrare contraddittoria. Tuttavia, se leggiamo l’operazione di protezione insieme alla natura liminale del cerchio, possiamo intenderla come una posizione di autorità e di comunione: posizionandosi nel cerchio, l’operatore rivendica la sua appartenenza al mondo visibile come a quello invisibile, senza la quale non vi è comunicazione spiritica.

Di cerchi, libri e streghe

witchsabTroviamo tracce confuse del cerchio nei riti di magia popolare nelle nostre campagne. De Martino, per esempio, riporta dell’usanza di tracciare un cerchio magico con una falce per scongiurare il maltempo, dopo aver recitato uno scongiuro che riporta la cadenza del quattro.[2] Ma la magia popolare delle nostre campagne è piena di cerchi magici: tracciati a terra con coltelli e falci varie, disegnati col carbone o intorno ad una pignatta che cucina un incantesimo d’amore sul fuoco. Lo stesso rituale contro il malocchio dell’olio e del piattino spesso prevede la deambulazione intorno al paziente, combinata con l’esecuzione di diverse croci sul piatto o sul paziente a seconda della variante regionale. È possibile che a un certo punto la tradizione dei grimori e quella della stregoneria si siano incontrate, e che l’uso del cerchio sia stato ri-vitalizzato da questo incontro, dato che i cerchi sono una delle pratiche più comuni nei grimori?

Le streghe non sono spesso considerate grosse utilizzatrici di grimori, per due ragioni. Primo, perché essendo la più parte delle streghe analfabete, sicuramente avrebbero avuto difficoltà a leggere testi, per lo più complicati come i grimori. Secondo, perché la maggior parte delle streghe erano povere, e sicuramente non potevano permettersi testi che spesso erano rari e costosi. Tuttavia, abbiamo già dimostrato come spesso i libri di magia, e i grimori in particolare, attirassero l’attenzione dei ‘pagani nelle campagne’ non tanto per il loro contenuto, quanto per le virtù magiche attribuite ai libri stessi e ai simboli che essi contenevano. Alle questioni del prezzo si ovviava spesso acquistando parte dei testi stessi o ricopiandone parti. Ma le streghe e i maghi dei grimori potevano entrare in contatto tramite due canali: la medicina e il sesso Infatti, sappiamo per certo che ciò successe a Modena. Modena è un caso interessante perché, come scrive Domizia Weber ‘[alla fine del quattordicesimo secolo] nel modenese, nel ferrarese e nel mantovano si affermò il culto della signora del gioco o domina ludi che, vestita di panni neri, insegnava nei raduni notturni le virtù farmacologiche di piante ed arbusti. Questi elementi sono fondamentali e mettono in luce come in queste zone (…), vi fosse la presenza di miti e culti estatici che attribuivano alle donne tali conoscenze fito-terapeutiche insegnate loro da entità soprannaturali’. La stregoneria modenese è anche interessante perché è una stregoneria prevalentemente urbana, che si sviluppa  dentro e intorno alle mura dei comuni.

Quando ci riferiamo alle streghe dei processi, speso abbiamo la tendenza a dimenticare che una strega è anche una persona. Ridurre le imputate dei processi alle loro deposizioni, vuol dire privarle della complessità, della curiosità e dell’intelligenza che sono proprio all’essere umano – a prescindere dal periodo storico e dalla classe sociale. Molte delle imputate modenesi che ammettono di partecipare al sabba e al gioco della domina ludi, sono guaritrici o donne di mal affare (spesso vedove). Durante il tardo medioevo, le emergenti classi sociali professionali cittadine, soprattutto mediche e speziali, entrano in contatto con le streghe cittadine. Nel processo a carico di Giulia da Bologna, ad esempio, emerge che l’imputata soleva soggiornare nella casa del nobile speziale Lucio Collatina. ‘Che anche tanti membri della nobiltà cittadina si ricorressero all’ausilio delle streghe per risolvere i problemi di salute’ scrive la Weber ‘è un indice di come l’ambiente culturale modenese fosse osmotico, e di come chi si occupasse di magia convivesse senza problemi con i propri concittadini’. Nelle trascrizioni della deposizione di Giulia che troviamo in annesso a Under the Devil’s Spell di Matteo Duni, la stessa Giulia era stata accusata di vivere ‘l’errore del paganesimo’ per aver pregato ‘una stella di nome Diana’ o di essersi rivolta alla luna: ‘Che Dio ti salvi, santa Luna nuova’.

Anastasia la Frappona ‘celebre guaritrice ed incantatrice modenese, nel corso del processo per stregoneria a lei intentato nel 1519 dal Sant’Uffizio, citò il poeta Panfilo Sassi in qualità di maestro. Sassi le aveva insegnato a fare incantesimi d’amore e quando questi, qualche anno dopo, venne condotto davanti al giudice con l’accusa di eresia ammise di aver istruito Anastasia.’. La stessa Anastasia pare avesse ‘l’abitudine di salire nuda sul tetto – probabilmente per essere più vicina ai poteri celesti – con i capelli al vento, per aspettare il sorgere della “più bella” stella, invocandola con le parole “Dio ti Salvi, stella” per chiederle di inviare “un dardo al cuore dell’uomo dal quale desiderava di essere amata” (Duni)). La stessa Anastasia confessò di aver maledetto un uomo con una figurina di cera, ‘che ella prese e fumigò con del profumo, poi vi versò una goccia d’acqua, dopo essere entrata in un cerchio tracciato [a terra] con del carbone, dicendo “Ti profumo, spirito d’amore, che tu possa entrare nel cuore di tale persona”’. Anastasia ammise che fu il Sassi a insegnarle a tracciare il cerchio. Anastasia frequentava anche Don Guglielmo Campana, con il quale pare si dilettasse di necromanzia, ripetendo ‘tutte le parole che Don Campana leggeva, tra le quali vi erano il nome di Dio e quello di alcuni demoni, o almeno così pensa’. (Duni)

Quando l’inquisizione perquisì la casa di Laura Malipiero, nota maitress di un bordello modenese, gli ufficiali trovarono numerose copie della Clavicola di Salomone, alcune ancora incomplete, insieme a incantesimi e libri di erbe. Laura pare che non sapesse leggere, ma che fosse molto attiva nel mercato nero della letteratura esoterica, secondo Davies. Lo stesso riporta di una ‘cunning woman’ modenese, Lucia Barozzi, la quale possedeva: ‘un incantesimo protettivo su pergamena contenente pentacoli, cerchi, i nomi degli spiriti, e del quale si facevano copie che erano vendute ai clienti’.

Secondo una testimone, Caterina Sicurani (1592)‘haverebbe fatto un incanto per far venire quelli che si amano, cioè che avrebbe fatto un cerchio intorno al focolare nell’hora che si sona il santus alli frati di San Domenico, et dir certe parole in nome del diavolo’. Duni riporta che Benvenuta Mangialoca, sempre del modenese, nel 1370 confessava che suo padre Manfredino “possedesse un ‘grande libro’ con il quale faceva cose ‘meravigliose e orribili’”. La stessa Benvenuta era analfabeta. Ma secondo Duni ‘l’analfabetismo non era un ostacolo insormontabile, in quanto praticanti di magia con diversi background spesso si incontravano’.

heptameron_magic_circle_1565Bernardina Stadera, che ritroviamo sia nella ricerca di Duni che in quella della Weber, ‘aveva un libro di carta rilegato in pelle, di taglia normale’ che le era stato prestato da un prete del quale Bernardina era l’amante.Tenne il libro per sei mesi, perché voleva copiarne il contenuto, ma non ne ebbe il tempo perché fu molto occupata. Tuttavia, aveva letto il libro molte, molte volte, e aveva imparato come fabbricare immagini di cera e in che modo esse dovevano essere battezzate da un prete per fare innamorare due persone’.

Un altro caso di trasmissione di libri lo troviamo a Nonantola, dove abitava Sebastiano della Seca, che pare fosse uno stregone. Sua madre, Maria e la nonna Cecca erano entrambe conosciute come streghe, insieme allo zio Marco, che pare fosse uno di quelli pericolosi. A casa dei della Seca, la stregoneria si passava attraverso i libri che Sebastiano aveva ereditato.

Questi brevi estratti mettono in luce il fatto che per molti dei praticanti che ci hanno preceduto saltavano ecletticamente da uno strumento magico all’altro, con la stessa facilità con cui un guaritore di campagna passa dal curare il fuoco di Sant’Antonio a predire l’andare dell’anno agricolo. Come Anastasia la Frappona, non è difficile immaginare altre donne che avessero partecipato al sabba e fossero al contempo interessate agli aspetti pratici della magia operativa – dei quali i grimori erano una fonte preziosa. La stregoneria e i grimori medievali vengono da una radice comune, e sono il risultato dell’evoluzione storica di lungo termine di una serie di pratiche popolari (e non) che organicamente nascono dal territorio. Questo territorio è tanto fisico – i boschi, le campagne, i fiumi, le città, i campi- quanto spirituale. Maghi e streghe si ritrovano nell’esperienza estatica e nel ‘congresso’ con gli spiriti, anche se per fini e con modalità diverse. Non ci deve stupire, quindi, che Gerald Gardner abbia fatto quello che generazioni di streghe avevano fatto: cercare di costruire la propria versione di uno strumento magico conosciuto e praticato da secoli.

[1] Per una storia dell’origine del cerchio wiccano consiglio Wicca, Magickal Beginnings di Sorita d’Este e David Rankin e A Witch’s Bible di Janet e Stuard Farrar.

[2] “Uno: lu ddie lu mondo mantene/ ruie: lu sole e la luna/ tre: letre patriarchi / Abramo, Isacco e Giacobbe/ quattro: le quattre evangeliste/ Matteo, Marco, Luca e Giovanni/ cantére ‘o vangele dinanzi a Criste/ E tu nuvola brutta oscura/ ca se venut’a ffà? / Ristuccia ristuccià / No! Vattene a quelle parte oscure / addo’ nun canta lu gadde/ non vegeta ciampa de cadde!”

Bibliografia

Owen Davies – Grimoires. A history of Magic Books

Matteo Duni – Under the Devil’s Spell. Witches, Sorcerers and the Inquisition in Renaissance Italy 

William Keisel – Magic Circles in the Grimoire Tradition 

Domizia Weber – Sanare e Maleficare. Guaritrici, Streghe e Medicina a Modena nel XVI secolo

Gordon White – Star.Ships,  a pre-history of the Spirits 

Ernesto de Martino – Sud e Magia

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