Ho conosciuto una guaritrice di campagna

Sono nato nell’Isola in cui due dee “Demetra e la figlia Kore, per prime si mostrarono per la fecondità della terra, in cui senza che si semini e si solchi, crescono orzo e frumento,viti dai grossi grappoli” (Cfr. Biblioteca Storica di Diodoro Siculo).

 

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Sono cresciuto in una famiglia “matriarcale”, composta da mia mamma Domenica e mia nonna materna Concetta: mio papà Nicolò venne a mancare quando ancora dovevo compiere cinque anni.

Ricordo con grande commozione mia nonna materna, seduta sulla sua sedia davanti il balcone della cucina, tutta vestita di nero, con lo scialle di lana sempre sopra le spalle e il fazzoletto in testa che le copriva i capelli bianchi come lana. E tra le mani il suo rosario nero che sgranava da mattina a sera e che ancora oggi conservo gelosamente. Come dimenticare quando mi chiamava dicendo: “Veni ‘cca, ca ti cuntu un cuntu…” (Vieni qui, che ti racconto una storia…). Allora, correndo verso di lei, mi sedevo sulle sue ginocchia, mentre mia mamma davanti ai fornelli preparava da mangiare.

Così iniziava a raccontarmi favole, filastrocche, detti, proverbi, tutto in dialetto siciliano. Ed io rimanevo incantato ad ascoltarla con gli occhi sgranati e la bocca aperta. E ridevo e mi divertivo. Mia nonna non si limitava a “cuntarimi un cuntu” (raccontarmi una storia), ma giocava con me utilizzando le mani, facendo figure, segni, simboli, facendomi entrare in un mondo fantastico, fatto di Streghe, Maghi, Folletti, Draghi e Diavoli, ma anche Fate e Donne che guarivano i mali con formule magiche, con erbe, infusi e decotti.

Ricordo che mia mamma ogni tanto diceva a mia nonna che per alcune cose ero ancora troppo piccolo, ma, avendo ancora otto-nove anni e ritenendole solo delle fiabe, non capivo per quali cose avrei dovuto essere più grande.

Crescendo e diventando adulto, vedevo mia mamma che, assorta nei suoi pensieri, bisbigliava parole in rima in dialetto siciliano. Un giorno lei stessa mi confidò che non riusciva a ricordarsi il seguito di un’Orazione in siciliano a Santa Brigida che anche mia nonna sapeva. Così, per aiutare mia mamma, decisi di andare alla ricerca di questa “strana” Orazione a Santa Brigida. Cercando in libreria riuscii a trovare un libro di Preghiere in dialetto siciliano nel quale ve ne erano diverse rivolte a Santa Brigida. La gioia di mia mamma fu grande quando le lessi quell’Orazione.

Incuriosito iniziai anch’io a leggere quel libro e mi accorsi che alcune parole in rima e in dialetto siciliano, che mia nonna materna da piccolo mi aveva insegnato, non erano delle semplici filastrocche, ma delle Orazioni e, con mia grande sorpresa, anche degli Scongiuri in siciliano, rivolti ai Santi per guarire da alcune malattie, per togliere il malocchio e per proteggere cose e persone.

Chiedendo a mia mamma spiegazioni lei mi confidò che mia nonna materna era una “Guaritrice di campagna” e che, quando ancora viveva nel suo paese natio, aveva aiutato a guarire molte persone da diversi mali per lungo tempo. Trasferitasi in città, aveva smesso di “esercitare” e tra “un cuntu e un autru cuntu” (una storia e un’altra) mi voleva “iniziare” all’Antica Arte di guarire o almeno quello che avrei potuto imparare a quell’età.

Da quel momento ebbe inizio il mio “cammino spirituale” dentro le Tradizioni “magico-religiose” popolari siciliane. Con l’aiuto di mia mamma riuscii a ricordare molte Orazioni e Scongiuri che mia nonna era solita recitare in siciliano. In tal modo ho preservato e custodito quel piccolo tesoro che mia nonna materna mi aveva donato, prima che il tempo facesse perdere tutto nell’oblio!

 

In questo mio “cammino” conobbi un ragazzo siciliano, anche lui appassionato e studioso di Tradizioni, Orazioni e Scongiuri popolari siciliani, che presto divenne per me un punto di riferimento, un “fratello spirituale”, che mi aiutò e indirizzò verso la lettura di alcuni libri che sono e resteranno per sempre una “pietra miliare” per gli studiosi di Tradizioni Popolari Siciliane: Giuseppe Pitrè, Giuseppe Bonomo, Salvatore Salomone Marino, Ignazio Buttitta, Elsa Guggino, e molti altri ancora.

Affascinato da questo “magico” mondo in cui la Tradizione si fonde con la leggenda e la realtà, nacque in me il desiderio di poter incontrare un giorno qualcuno che mi avrebbe insegnato ciò che mia nonna materna aveva provato da piccolo a fare e che mia mamma per gravi problemi di salute non potè proseguire. Quando ormai avevo perso le speranze ecco che il “destino, il fato, o la provvidenza” fecero in modo di mettermi in contatto telefonico con una donna dell’Isola di Lampedusa, una “Guaritrice di campagna”, conosciuta col nome di “zia Mariettina”.

Così iniziò timidamente una conoscenza telefonica che si andò sempre più fortificandosi; la mia timidezza iniziale e la sua giustificata diffidenza piano piano svanirono per lasciare posto ad una spontaneità che divenne un rapporto confidenziale e familiare. Ricordo quando un giorno sempre per telefono commossa mi disse che io le ricordavo suo figlio che molti anni fa era morto tragicamente in mare a bordo di un peschereccio che affondò a causa di una collisione con una nave in piena notte. Tutti i corpi del peschereccio furono ritrovati tranne il corpo di suo figlio che si chiamava Franco Mario.

Mi confidò che l’Antica Arte di guarire l’aveva “ereditata” da sua nonna materna Rosa e da sua mamma Giovanna, che in passato venivano chiamate dalla gente dell’Isola di Lampedusa e sopra un’asino venivano condotte da chi aveva biogno del loro aiuto per guarire da alcune malattie fisiche o spirituali, per togliere il “malocchio” e “lu scantu” (lo spavento). La gente dell’Isola, per sdebitarsi in qualche modo, donava spontaneamente, senza che venisse loro chiesto nulla, quello che avevano in casa: formaggi, salumi, olio, vino, e i frutti della madre terra e del lavoro dell’uomo.

Mi disse anche che era da tempo che lei non “esercitava” più l’Antica Arte di guarire, perché “sconsigliata” da un nuovo giovane prete, che aveva sostituito il precedente, ormai anziano ma accondiscendente perchè forse a conoscenza della sua bontà e, ancora, perchè consapevole del bene che operava attraverso gli Scongiuri e le Orazioni. Con grande rammarico obbedì al giovane prete, confidandomi però che era dispiaciuta in quanto – testuali parole – “Su cosi du Signuri!” (“Sono cose del Signore!”).
Avendo compreso il mio genuino interesse verso le Tradizioni Popolari, le Orazioni e gli Scongiuri dei Guaritori di campagna, mi promise che mi avrebbe dato in dono il suo “Lascito”, una sorta di “donazione o testamento spirituale” scritto di sua mano in cui vi erano le Orazioni e gli Scongiuri che aveva “ereditato” anche lei da su nonna e da sua mamma. Mi disse, pure, che sarebbe stata ben lieta se fossi stato io a ricevere in dono questo “grande tesoro spirituale”. Così, nei giorni del Solstizio d’Inverno, ricevetti una sua lettera, con la raccomandazione di aprirla solo nella Notte di Natale.

Come tra l’altro vuole la Tradizione popolare, la Notte di Natale del 24 dicembre 2014, dopo aver partecipato alla Messa di Mezzanotte, rientrato a casa mi inginocchiai dinanzi al Presepe e, alla luce di una candela accesa, aprii con le mani tremanti la lettera contenente il “Lascito” di zia Mariettina: con grande emozione recitai le Orazioni e gli Scongiuri tra le lacrime che irrigavano il mio viso, consapevole che in quella Santa Notte erano presenti spiritualmente accanto a me, sia mia nonna materna Concetta che mia mamma Domenica. L’emozione era tanta anche perché sapevo che quella Santa Notte era “magica”, era una delle “Notti Magiche” in cui i Guaritori di campagna tramandavano di generazione in generazione l’Antica Arte di guarire!

Ma la mia “iniziazione” non era ancora terminata, avendo zia Mariettina scritto nel suo “Lascito” che occorreva vedere i gesti da fare sulle persone. Continuai a sentire zia Mariettina nei mesi successivi, cercando di programmare un possibile incontro per conoscerla di persona, ma ogni volta c’era sempre un imprevisto. Il desiderio era tanto, non solo per completare la mia “iniziazione”, ma anche per incontrare e vedere la donna che, sin dagli inizi delle nostre conversazioni telefoniche, consideravo realmente una “zia” acquisita.

Finalmente, dopo tanti impedimenti e tanti rinvii, il “destino, il fato, o la provvidenza” mi fecero incontrare zia Mariettina l’anno successivo, proprio nei giorni del Solstizio d’Inverno e prima del Natale del 2015.
Presi un volo per l’Isola di Lampedusa, Terra Madre che tutt’ora accoglie tra le sue braccia, ma purtroppo anche nelle profondità del suo mare, tanti figli che scappano profughi da altre terre diventate “matrigne” a causa della povertà, delle dittature e delle guerre dell’uomo.
Forse non è un caso che l’Isola di Lampedusa sia una Terra che è Madre, essendo un tempo venerata una “dea Madre”, divinità primigenia nella quale è racchiuso il mistero ciclico di nascita, morte e rinnovamento; la sua energia rinnova la vita come lo scorrere del tempo e delle stagioni. Una delle forme più comuni con la quale veniva rappresentata la “dea Madre” dalle genti dell’Isola di Lampedusa era quella della “dea uccello” e della “dea serpente”. (ipotesi tratte da uno studio di Diego Ratti su: “La preistoria di Lampedusa”).

Con grande gioia finalmente incontrai zia Mariettina, donna di grande forza e di vivace temperamento, che il dolore, la malattia agli occhi e la fatica della vita non sono riusciti a scalfire. Mi accolse in casa, un’abitazione semplice e dignitosa, e con grande confidenza e spontaneità, pranzammo assieme con sua figlia e uno dei suoi nipoti.
Al termine del pranzo a base di pesce, disse che mi avrebbe insegnato i gesti da compiere sulle persone per gli Scongiuri che mi aveva donato nel suo “Lascito” la Notte di Natale dell’anno prima. Così chiese ai presenti di uscire, chiuse la porta e le finestre per non far vedere o udire gli Scongiuri e, poi, prese dalla cucina un piatto, dell’acqua, dell’olio, del sale, del filo di cotone, delle forbici, e accese un piccolo fuoco: vidi con i miei occhi che quegli oggetti e quei umili alimenti della vita quotidiana diventavano attraverso le sue mani ed i suio gesti, “magici”; ero come un bimbo che stava assistendo con gli occhi sgranati e la bocca aperta per lo stupore ad un “gioco di magia”.

Ma quello che i miei occhi stavano osservando, non era però un semplice “gioco di prestigio”, ma dei gesti antichi, sacri, tramandati di generazione in generazione. Io prendevo appunti per cercare di memorizzare il più possibile. Mi disse, infatti, che quella sarebbe stata la prima e l’ultima volta che mi avrebbe insegnato e mostrato i gesti da compiere per gli Scongiuri, avendo smesso – mi ricordò – per obbedienza al giovane prete di “esercitare” da tempo! Infine, una raccomandazione: non praticare nessun Scongiuro a chi lo avrebbe chiesto solo per curiosità o senza una vera fede nell’Antica Arte di guarire!

Prima che zia Mariettina riaprisse porta e fineste, le chiesi di essere benedetto. In un primo momento rimase stupita, ma poi, dal suo sguardo sorridente, lessi che aveva ben compreso il mio desiderio: entrambi seduti, io inchinai il mio capo verso di lei e zia Mariettina, imponendo le sue mani, improvvisò a voce sommessa una benedizione spontanea, concludendola con un segno di croce sulla mia fronte.
Giunse il momento di andare perché l’aereo sarebbe ripartito a breve. Così, con un grande sorriso e con un’infinita riconoscenza, la guardai perdendomi nei suoi grandi occhi neri, mi abbracciò forte sussurrandomi all’orecchio: “O’ Scià!”, che significa “fiato mio”, mio respiro”, “vita mia”. Questo saluto mi sorprese molto, perché i lampedusani sono soliti utilizzare questo saluto solamente con chi considerano di famiglia.

Ero felice e al contempo incredulo di aver vissuto nella mia vita un’esperienza del genere, che avevo solamente letto tempo prima solo sui libri. Mi piace concludere questa mia testimonianza con le stesse parole con cui si concludevano le fiabe di un tempo, tra sogno e realtà e che mia nonna materna Concetta mi raccontava da piccolo…

“A mille ce n’è
nel mio cuore di fiabe da narrar.
Venite con me
nel mio mondo fatato per sognar…”.

Un pensiero riguardo “Ho conosciuto una guaritrice di campagna”

  1. Ciao 🙂
    articolo interessantissimo. Mi è sorta una curiosità, la terza immagine utilizzata nell’articolo è tratta da un film? Se si quale?
    Grazie

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