La Luna e le sue Fasi nella Magia Antica

E’ di tutti i tempi – anche dei più remoti – e di tutti i popoli, la credenza nell’influsso degli astri riguardo alla generazione umana, alle malattie, al corso degli avvenimenti, alla vita degli animali, alla crescita delle piante – specie di quelle medicinali e magiche – e alla virtù di alcune pietre.
Tra le credenze che riguardano gli astri, varie e di grande interesse sono quelle intorno alla luna e alle sue fasi.

La medicina antica tenne in gran conto la posizione della luna e le testimonianze non difettano. Marcello di Bordeaux (Marcello Empirico: floruit fine IV – inizio V secolo, fu un autore latino di opere mediche originario della Gallia) ce ne fornisce tutta una serie di non scarso interesse. In molti rimedi contenuti nel “Liber de medicamentis”, la posizione della luna è l’influsso magico del giovedì hanno un’importanza decisiva, per la raccolta delle piante medicinali, per la preparazione e somministrazione delle medicine, e per la recitazione delle formule di incantesimo. Come per gli altri rimedi, anche per questi, nei quali predomina l’elemento astrologico, egli si è giovato – com’è evidente – delle esperienze dei suoi predecessori, attingendo però largamente dalla scienza contadina e plebea. Ma è altrettanto certo che tali rimedi, dei quali coloro che glieli raccontavano dicevano le più grandi meraviglie da loro stessi sperimentate, erano consacrati da una tradizione antica.

Contro tutti i dolori del capo è rimedio meraviglioso e sperimentato – a quel che dice Marcello – tagliarsi i capelli il settimo giorno della luna o il diciottesimo o il ventisettesimo.
Il settimo giorno della luna è considerato particolarmente favorevole, perché è il giorno in cui si fa cadere la nascita di Apollo. I rapporti di questo dio con la medicina sono ben noti.

Se gli occhi dolgono, con un ago di rame si cavino gli occhi a una lucertola verde, catturata «die Iovie, luna vetere, mense Septembris aut etiam quocumque alio», e si rinchiudano in una capsula d’oro da portare al collo. Così scompare il dolore degli occhi e si è preservati per l’avvenire. Per curare le gengive infiammate occorre torrefare nove grani di pepe, una zucca secca, la testa di una sardina e ridurre il tutto in polvere finissima da passare sulle gengive. Questa medicina deve essere preparata «decrescente luna die Iovis». Contro il mal di denti “luna decrescente, die Martis sive die Iovis, haec verba septies dices:
«argidam margidam sturgidam»
(queste parole sono state interpretate nel seguente modo: «caccia il dolore, maledici il dolore, dissipa il dolore»).

Per guarire dall’angina è buona la cenere delle rondini prese vive nel nido e bruciate un giovedì di bassa marea (liduna) e al declinare della luna. Chi soffre di dolori reumatici, prenda di giovedì, al declinare della luna, una faina viva, la bruci in una pentola di rame, mescoli la cenere con miele e prenda della pozione così ottenuta un cucchiaio al giorno. Contro l’artrite è buona l’erba detta britannica, ma anch’essa deve essere raccolta di giovedì «decrescente luna, liduna». E’ necessario «praecantare» l’erba dicendo queste parole:
“Terram teneo, herbam lego (in nomine Christi):
prosit ad quod te colligo”.

Un «incredibile e unico» rimedio contro la sciatica e i reumatismi è questo: si prenda il diciassettesimo giorno della luna un pugno di sterco di ibi e lo si pesti in un mortaio; si aggiungano trentacinque grani di pepe, un’emina di miele e due sestari di vino. Volendo rendere il rimedio più efficace, si aggiunga un altro pugno di sterco, preso al declinare della luna, e lo si mescoli agli altri ingredienti il diciassettesimo giorno della luna. Così preparata la medicina va presa in pozione, a cominciare da un giovedì, per sette giorni consecutivi, ma è opportuno berla stando su uno sgabello (per evitare il contatto con la terra) e guardare a Oriente. Per espellere i calcoli bisogna bere di giovedì una pozione fatta di buon vino, di miele, di ruta, di pepe e di numerosi altri ingredienti. Deve però essere preparata di giovedì al declinare della luna.

lunaIn alcuni di questi rimedi cospicua è l’importanza attribuita alla luna che sta per tramontare. Si tratta dell’applicazione del principio più semplice della “magia simpatica”: la luna scompare dal cielo e la malattia sparisce dal corpo.
I Guaritori di campagna, per curare alcune malattie fisiche, osservano certi tempi: c’è chi cura solo quando la luna è calante, perché «la luna crescente fa crescere il male, mentre quella calante lo fa diminuire». Zia Angelina e zio Giovanni, della Sardegna, curano solo in luna calante: «La cura va ripetuta nove volte, la gente deve venire per tre lune di seguito, ogni mese tre giorni, nel periodo della luna buona, quella calante».

Non è inferiore l’importanza attribuita alla ricomparsa della luna. E’ questo un momento creduto propizio quant’altri mai per invocare dall’astro notturno aiuto e protezione. La fede nella nuova luna, diffusissima in tutte le antiche civiltà e presso tutti i popoli – tra questi non sono ultimi i primitivi odierni, i quali al riguardo ci forniscono numerose e importanti testimonianze -, è notevolissima tra i volghi dei popoli civili. Tutte le invocazioni alla luna sono fatte, ordinariamente, al tempo della luna nuova. Ma poiché durante i primi giorni il suo crescere è così sottile che essa è praticamente invisibile, il vero momento delle invocazioni è quando la luna è effettivamente visibile nella volta celeste. Secondo le latitudini è il terzo, il quarto e anche il quinto giorno.

La luna concorre con la sua presenza alla riuscita dell’operazione, soprattutto dal tempo in cui fu assimilata alla dea Ecate, signora delle ombre e dei fantasmi notturni, patrona della stregoneria. La presenza della luna è poi particolarmente indicata nel caso in cui, per un’operazione magica – specialmente se fatta con intenti criminali -, si debbano raccogliere erbe velenose o magiche. Ovidio, Lucano, Valerio, Flacco, Servio riportano le credenze di alcuni maghi, i quali erano convinti che essa riversasse sulle piante magiche un «virus» mortale che le rendeva più adatte ai loro scopi.

In Sicilia, la luna è invocata dai malati di gozzo perché faccia scomparire fin dalle radici la mostruosa protuberanza del collo, in modo che esso possa tornare alle dimensioni normali. In Calabria «il malcapitato individuo aspetterà che la luna sia nell’ultimo giorno del suo plenilunio: allora ginocchioni, cogli sguardi rivolti verso l’astro notturno, scorrendo con la mano sul gozzo, reciterà lo scongiuro. Il gozzo così decrescerà con lo scemare della luna, in modo che al ritorno del plenilunio non resterà nemmeno la radice di esso». La luna nell’ultimo quarto è “vecchia”; poi scopare, ma trascorso qualche tempo torna “ringiovanita”: nuova. «Ve ne andaste vecchia e tornaste nuova», dice uno scongiuro di Palermo contro il gozzo; analogamente dovrà tornare «nuovo» il collo. Al rinnovarsi della luna corrisponde il rinnovarsi di quelle parti del corpo rovinate da una malattia.

Dice un’invocazione-scongiuro napoletana:
“Santa Luna, santa Stella,
fammi crescere questa mammella.”

La donna che recita questa invocazione deve stare per un po’ di tempo nuda esposta al chiarore lunare, e deve ripeterla nove volte di fila, mentre con le mani si comprime il seno. Non si tratta, come si vede, di guarire una malattia, ma di correggere un’imperfezione fisica. Per le malattie del seno i rimedi, almeno i più comuni, sono di altra specie.
Le invocazioni alla luna sono frequenti anche negli scongiuri amorosi. L’astro notturno deve mandare dalla donna innamorata l’uomo amato col cuore “infiammato d’amore”. La luna e il diavolo, espressamente invocati, devono rendere l’uomo amato sordo, cieco, muto e incapace di fare cosa contraria ai desideri della donna.
In una notte di luna si possono chiedere a quest’astro le grazie più disparate.

Liberamente tratto da:
– “Scongiuri del popolo siciliano”, di Giuseppe Bonomo.
– “I Guaritori di Campagna, tra Magia e Medicina”, di Paola Giovetti – Ed. Mediterranee.

‘U Chiamu d’a Seggia nella Tradizione Popolare Siciliana

Gira lignu,gira pignu,gira mari,gira sari,‘a mirulla a me maritu,ci avi a vutari, ri beni no ri mari.

L’articolo seguente è apparso in origine sulla pagina facebook Benedicaria, che ringraziamo per la condivisione. Puoi  anche seguire Benedicaria sul suo blog.

Il Chiamo della Sedia, detto ‘U Chiamu d’a Seggia nel dialetto siciliano, viene ancora oggi praticato in Sicilia e nel meridione in genere. L’antico rituale prevede l’utilizzo di una sedia di legno con la seduta in paglia (tradizionalmente veniva utilizzata una sedia presa o rubata da una chiesa. Ciò accadeva quando nelle nostre chiese non erano ancora utilizzate le panche di legno, i cosiddetti banchi, per cui si prendeva a noleggio con una somma simbolica una sedia da “lu siggiaru” o “la siggiara”), che viene afferrata dalla fattucchiera e poi fatta roteare sospesa su un solo piede. Nel fare tutto ciò vengono pronunciati alcuni antichi scongiuri.
Il Chiamo della Sedia ha molteplici finalità. In genere, ha lo scopo di vincere la volontà di una persona, per cui viene utilizzata per rafforzare le fatture amorose. Viene anche utilizzata per far ritornare a casa le persone che ritardano e, ancora, per curare alcune malattie, fra le quali anche l’emicrania.
E’ un rituale che si ritiene a torto di origine napoletana: tutti gli scongiuri popolari, infatti, non hanno un’origine e/o una provenienza ben precisa, essendo il portato di una lunga tradizione fatta di “lasciti” e di una diffusione orale capillare, nonché espressione di una medesima cultura che accomuna diversi popoli.
Rileva, in ogni caso, la circostanza che esso sia molto diffuso in Sicilia, ove veniva praticato con grande naturalezza tra la gente di paese o dei quartieri popolari: («Cummari, c’ha facissi ‘a seggia a me maritu ca avi tri ghiorna ca non s’arricogghi!», la cui traduzione è la seguente: «Comare, gliela fate la sedia a mio marito che ha tre giorni che non ritorna!»).
Come avviene di solito, esistono diverse varianti dello scongiuro, alcune delle quali si riducono a pochi versetti. Il fatto, quindi, che esso sia più o meno lungo non costituisce un sintomo sicuro della sua autenticità.

Ecco alcuni chiami che venivano praticati anticamente e che vengono riportati nella storiografia delle tradizioni popolari siciliane:

“Gira lignu,
gira pignu,
gira mari,
gira sari,
‘a mirulla a me maritu (o a me mogghi)
ci avi a vutari,
ri beni no ri mari.”
(Randazzo, provincia di Catania)

Traduzione:

“Gira legno,
gira pigna,
gira mare,
gira sale,
il cervello a mio marito (o a mia moglie)
gli si deve girare*,
a fin di bene no a fin di male.”

*(“far girare o far perdere la testa”).

Se tali versi sono recitati per il fidanzato si aggiunge:

“chi prestu m’avi a spusari” (“che presto mi deve sposare”). Contemporaneamente si fa girare la sedia imprimendole il movimento con la mano sinistra. Gira la sedia e gira il cervello “’a mirulla”, della persona amata.

In un altro “Chiamo della Sedia”, il Diavolo deve andare a prendere l’uomo amato:

“Vota lignu,
vota navi,
vota suli:
diavulu, a lu Tali e Tali,
pirchì è duru comu un pignu,
pirchì è granni quantu un mari,
pirchì è lu primu amuri,
mi l’ha’ ghiri a pigghiari.”
(Acireale, provincia di Catania)

Traduzione:

“Gira legno,
gira nave,
gira sole:
diavolo al (Nome) e (Nome),
perché è duro come una pigna,
perché e grande quanto il mare,
perché è il primo amore,
me lo devi andare a prendere.”

Uno dei modi con i quali si poteva procedere era il seguente: per nove giorni consecutivi, all’alba, a mezzogiorno e a mezzanotte, la fattucchiera prendeva una sedia di legno, la faceva roteare vorticosamente su di un piede solo, mentre recitava i potenti “Chiami” che servivano a rendere sottomessa la persona alla quale i chiami stessi erano destinati.
Lo scongiuro poteva avvenire alla presenza di chi lo aveva chiesto (in genere mogli abbandonate o male femmine che volevano rompere la serenità matrimoniale altrui), che rimaneva in “religioso silenzio” mentre venivano recitate le parole che componevano lo scongiuro.

(Cfr., per alcuni riferimenti, la pagina facebook di: “Preghiere e scongiuri popolari siciliani”. I due “Chiami della Sedia”, sono tratti da: “Scongiuri del Popolo Siciliano, di Giuseppe Bonomo).

Gioielli e amuleti sardi contro il Malocchio

Dalla credenza che il malocchio si trasmetta tramite le sguardo, l’antidoto: oggetti di forma circolare capaci di ricordare il bulbo oculare e in grado di sostituire quello della vittima, attirando e trattenendo quanto a questa indirizzato.

Amuleto sardo

Girovagando per l’isola, da nord a sud e da bancarella a raffinata gioielleria, si può incappare in ciondoli, orecchini e bracciali tutti raffiguranti il medesimo simbolo: una pietra nera (onice od ossidiana) incastonata in due coppette d’argento. Quello che, forse, pochi sanno è che, prima di essere un gioiello, la sabegia (coccu/kokku o pinnadellu, a seconda delle zone di provenienza e produzione) è un antichissimo amuleto della tradizione sarda composto da argento e pietre dure. Leggi tutto “Gioielli e amuleti sardi contro il Malocchio”

Ho conosciuto una guaritrice di campagna

Sono nato nell’Isola in cui due dee “Demetra e la figlia Kore, per prime si mostrarono per la fecondità della terra, in cui senza che si semini e si solchi, crescono orzo e frumento,viti dai grossi grappoli” (Cfr. Biblioteca Storica di Diodoro Siculo).

 

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Sono cresciuto in una famiglia “matriarcale”, composta da mia mamma Domenica e mia nonna materna Concetta: mio papà Nicolò venne a mancare quando ancora dovevo compiere cinque anni. Leggi tutto “Ho conosciuto una guaritrice di campagna”

Crisma de l’Orcu

L’idea è quella di creare un olio che possa connettere chi lo usa con gli spiriti che abitano un certo luogo.

Donn Kenn

La preparazione e l’uso di questo olio fa parte di tutta una serie di pratiche che uso per entrare in contatto con i poteri di un certo luogo.
La stregoneria è spesso questione di scambi, va da se che per accedere a questi poteri, è necessaria dedizione e cura. Leggi tutto “Crisma de l’Orcu”

Segreto per far comparire tre Spiriti nella vostra stanza dopo cena

«ha fatto comprare incenso benedetto per affumigare la stanza e preparare una tavola e altri oggetti superstiziosi, dicendo che sarebbero venute le Streghe a mangiare e danzare»

Pubblichiamo con un piacere uno scritto di Benedicaria, il ‘Segreto per far comparire sotto forma di Damigelle o Gentiluomini tre Spiriti nella vostra stanza dopo cena‘, in cui si incontrano le tradizioni popolari siciliane e la magia dei grimori.

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Anche i Grimori (libri di Magia Cerimoniale) riportano i metodi che si usavano per chiamare (evocare) le “Dominae Nocturnae” (Signore della Notte), le quali nell’Ottocento l’etnologo palermitano Giuseppe Pitrè rinveniva in maniera diffusa nella Magia Popolare Siciliana con diversi nomi: «Le Donni di Fuora, dette pure Donni di Locu, Dunnuzzi di Locu, Donni di Notti, Donni di Casa, Donni, Dunzelli, Signuri, Belli Signuri, Patruni di Casa, Patruni du’ Locu, Diu l’accrisci, sono esseri soprannaturali, un po’ Streghe, un po’ Fate».
Il Beato Giacomo (Iacopo) da Varazze, già nel XIII secolo (1200), racconta di alcuni contadini che avevano ospitato San Germano e che – dopo la cena – riapparecchiavano la tavola per “le buone donne che vengono di notte”. Leggi tutto “Segreto per far comparire tre Spiriti nella vostra stanza dopo cena”

La Magistra delle Streghe e il Sabba nel folklore Campano e Siciliano.

Una delle figure che si muovono nel paesaggio della storia e del folklore della stregoneria in Italia è quello della Signora del Gioco, Erodiade, Diana, la Fata Maggiore, la Buona Dama. E’ la Signora notturna dei crocicchi che rivela alle streghe i segreti della magia delle erbe e della stregoneria. Ella è anche connessa ai misteri dei morti, e alla figura di Ecate, dea del mondo di sotto e degli spiriti, delle quali a volte sembra assumere le caratteristiche.

Infatti, le storie della Signora del Gioco non soltanto sono comuni ai processi di stregoneria, ma sono anche trovate nel folklore popolare. La Signora troneggia nelle legende sulle streghe, le donne di fora, le janare e gli spiriti del Sud-Italia. In queste storie è spesso conosciuta come Diana, o come la Fata Maggiore. Al suo cospetto, streghe, fate e morti visitano le case dei comuni mortali, lanciano incantesimi e titillano le anime degli ignoti profani. Leggi tutto “La Magistra delle Streghe e il Sabba nel folklore Campano e Siciliano.”

Per allontanare le influenze negative, il malocchio, il mal di testa

Agite preferibilmente in luna calante, e di martedì. Munitevi di un cero nero e di un lungo spillone
Raccoglietevi e piantate con un gesto secco lo spillone al centro del cero. Questa sta a simboleggiare il chiodo che vi affigge, o il mal di testa.

Accendete la candela e attendete abbia bruciato fino a oltrepassare lo spillo. A questo punto, se dovete, potete spegnere la candela con un soffio deciso, o lasciarla bruciare fino alla fine. Seppellite i resti del rituale in un posto in cui passate raramente, un crocicchio, o un corso d’acqua.